Rachele Didero, 29 anni, è una designer e ricercatrice che sta ridefinendo il rapporto tra moda, tecnologia e diritti umani. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale osserva, interpreta e classifica ogni movimento, Rachele ha scelto di rispondere con il linguaggio che conosce meglio: il tessile. Tra Politecnico di Milano e MIT, ha trasformato la moda in una tecnologia indossabile capace di proteggere la privacy e restituire alle persone il controllo sulla propria immagine.
Con Cap_able, il progetto che l’ha portata sulle principali piattaforme internazionali, unisce textile innovation, design critico e pattern avversari che confondono l’AI. In questa intervista racconta come nasce un capo che dialoga con gli algoritmi, le sfide che emergono quando creatività e ingegneria si intrecciano e il messaggio che vuole lasciare ai giovani che immaginano un futuro più etico e consapevole.
Quando hai capito che la moda poteva essere un linguaggio per difendere i diritti umani?
«Vivendo a New York, mi sono trovata per la prima volta a interfacciarmi con il riconoscimento biometrico. È stata un’esperienza forte, che mi ha spinta a chiedermi cosa significasse essere costantemente “interpretati” da un algoritmo. Da lì ho iniziato a studiare come la computer vision legge il nostro corpo, scoprendo che la nostra immagine non è più solo espressione personale, ma un dato biometrico che può essere raccolto, analizzato e archiviato senza consapevolezza o consenso.
Come designer è stato naturale cercare una risposta nel linguaggio che conosco meglio, il tessile, per restituire alle persone un margine di scelta. La moda diventa così un’interfaccia tra individui e sistemi tecnologici: ci veste, ci rappresenta, ma può anche proteggerci. La mia ricerca nasce proprio da questo: trasformare un capo in uno strumento di autodeterminazione.»
La sfida più grande nel coniugare tecnologia, ingegneria e creatività?
«La sfida più grande è stata far convivere due mondi che parlano linguaggi opposti: la precisione algoritmica e l’imperfezione del tessile. I pattern avversari funzionano come “disturbi” visivi per l’AI, ma devono essere tradotti in maglia con macchine industriali che hanno limiti fisici, cromatici e strutturali. Ogni filo modifica il comportamento della luce, e quindi la risposta dell’algoritmo.
Ho lavorato con ingegneri, informatici e tecnici di maglieria per creare un ponte tra simulazione digitale e materiale finito. Portare un’immagine calcolata nel mondo fisico è stata la parte più complessa, ma anche la più rivoluzionaria.»
Il messaggio per i giovani che sognano di cambiare il mondo con la creatività
«Prima di tutto è fondamentale coltivare uno sguardo critico, formare un’opinione che nasce dall’ascolto di voci e discipline diverse. Un mantra per me è una frase di Bruno Munari, che invita a conservare dentro di noi lo spirito dell’infanzia: la curiosità di conoscere, il piacere di imparare, la voglia di comunicare.
È così che nascono le idee: non da soluzioni, ma da domande. La creatività è un processo fatto di tentativi, errori, esplorazioni multidisciplinari e multiculturali. Il coraggio arriva mentre si costruisce, non prima. Oggi più che mai abbiamo bisogno di immaginare futuri alternativi, non di limitarci a seguire ciò che esiste già.
Se sentite che un tema vi tocca, etica, tecnologia, diritti, ambiente, seguitelo. Le competenze si imparano, la visione si coltiva, ma il desiderio di comprendere e trasformare è il vero motore che muove tutto.»
Grazie Rachele
Gloria Chiocci