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PR e ufficio stampa? La storia di Feny Montesano

Durante un evento ho avuto l’occasione di conoscere Feny Montesano, attualmente la responsabile delle pubbliche relazioni e ufficio stampa di Aruba.it. Incuriosita dal suo nome e dalla passione con cui mi descriveva gli Stati Uniti le ho chiesto di raccontarmi la sua storia.

Feny raccontami un pò di te…

«Sono Feny, ho 33 anni e vengo dalla Basilicata. Lo so il mio nome è un pò strano perché non è un nome così comune, non è un nickname, o un diminutivo come tutti pensano, non è nemmeno così italiano. Invece provengo da un paesino italianissimo, di poco più di 1000 abitanti nella ridente provincia di Matera Valsinnidalla valle del Sinni, un fiumiciattolo ormai quasi scomparso.

In realtà le mie origini sono un pò miste, mamma è nata a Buenos Aires, ma da genitori del nord Italia e papà è lucano. Insieme hanno scelto questa strana italianizzazione di Fanny. E infatti mi porto dietro questa sorta di esterofilismo, evidentemente già si sentivano che avrei avuto un debole per le culture, i viaggi, gli americanismi e gli inglesismi.»

Come hai saputo conciliare la passione per i viaggi e lo studio?

«Per fortuna i miei mi hanno abituata bene, nel senso che siamo sempre stati in giro per regioni e nazioni e questa mia passione e interesse li ho coltivati sia all’interno della mia vita che dei miei studi.

Mi sono laureata – a La Sapienza di Roma – in Traduzione Tecnica applicata alla Comunicazione Cross-media (fa parte del ciclo di lingue), oserei anche cross-country. Mi sono spostata a Roma, perché era stata una comune decisione con un paio di amiche: quando si proviene da piccoli paesini, non si vede mai l’ora di scappare e andare a vivere nella grande città per poter vivere la vita che potrebbero darti: quella fatta di eventi, grandi concerti e così via. Scegliemmo Roma perché rimaneva a sole cinque ore dal paese, era più facile tornare, anche se poi tolte le vacanze e qualche festa non si tornava praticamente mai. E la vita della grande città l’abbiamo vissuta a pieno, in cinque anni conoscevo praticamente tutta Roma e gli studenti che l’abitavano.»

Quando è arrivata la tua prima esperienza all’estero?

«Iniziai con una prima esperienza di qualche mese a Londra. In seguito, tramite il progetto Leonardo a cui aderiva la mia regione, feci questa prima work experience presso il community centre con la Portsmouth Film Society” nella città di Portsmouth, a sud di Londra. Iniziai a lavorare con le prime attività di marketing promozionale per il business. Ricordo che proprio al mio arrivo, c’era in ballo una grande partnership da concludere, bisognava trovare i fondi per mantenere questo centro e i suoi corsi in vita. Il centro ad oggi ancora esiste e continuo a ricevere inviti per partecipare ai loro eventi.

Tanto per non farmi mancare nulla – in contemporanea lavoravo anche per un’agenzia di traduzione mymobileguru.com (l’attuale Zumos). Fu proprio in questa occasione che sentii parlare per la prima volta di podcast e ebbi a che fare con gli ‘script. In seguito sperimentai anche il marketing face-to-face – quello che ti fa tirare fuori il coraggio di fermare le persona per strada proponendogli la tua offerta, per portare a casa il cliente. E questo mi ha insegnato a confrontarmi con persone di ogni genere, a cavarmela in un modo o nell’altro: mostrando tutta la felicità quando riesci a raggiungere l’obiettivo e placando l’animo in momenti di nervosismo.»

Come sei passata a vivere da Portsmouth a Washington DC?

«Un bel giorno entrai in ufficio – quello delle traduzioni – e decisi, non so bene per quale motivo, di controllare una vecchia casella email in cui trovai una comunicazione dall’università con un oggetto del tipo: “Progetto MAE – Ambasciata d’Italia, Washington DC” dieci giorni dopo mi ero trasferita a Washington DC. Dal freddo dell’UK all’afa e umidità degli USA, ma soprattutto dall’inglese britannico all’inglese americano, misto a varie influenze latine. Uno switching totale, di testa, di mente, di abitudini, di gente intorno e tanta tanta felicità – seppur con i cari, famiglia, amiche e amici lontanissimi, ma che mi supportavano sempre.»

Come ti sei trovata a Washington DC?

«In DC – come la chiamano gli americani – è stata una vita fantastica, mi sono ritrovata in un ambiente totalmente diverso da Portsmouth, in una città grande, istituzionale, tra italiani che ormai erano più americani e altri che come me erano lì per partecipare a questo progetto “ diplomatico”.

Lavoravo nel “Politics Dept.”. Facevo la reporter e questo mi ha permesso di stare molto in giro, creare relazioni con interlocutori immersi in altri ambienti istituzionali, partecipare a think tank e presentazioni, andare al “Congress” dove capitava di avere seduta davanti la Clinton – cose impensabili e distanti per la nostra realtà.

A Washington, inoltre ho avuto a che fare con eventi istituzionali, spesso si ospitavano consoli e figure pubbliche della sfera diplomatico-politica e italiani importanti in DC. Scrivevo testi istituzionali, traducevo, facevo report, cercavo in tutti i modi di farmi spedire in quei meeting e presentazioni che mi avrebbero fatto conoscere altri pezzetti di città: questo era stato il primo consiglio del mio boss, seguito alla perfezione.

Mi sono anche data da fare con lavoretti part time per arrotondare, curando i contenuti, le rubriche e gli aggiornamenti del sito amico.org, un’organizzazione per l’AMerican Italian COmmunication gestita da uno dei primi italiani sbarcati in città poco dopo lo scandalo del Watergate.

Organizzavamo eventi per diffondere la cultura italiana in città, da quelli a base culinaria a quelli di rappresentanza, raccoglievamo informazioni da radio e business italiani per condividerli agli italiani locali, meeting tra gli Italians in DC. In tutti questi eventi cercavo di coinvolgere amiche ed amici con cui poi la mattina condividevo la vita diplomatica – abbiamo esplorato tanto, sia la città, sia le dinamiche interne all’ambasciata che non sono scontate, seguono vari cerimoniali e prassi vecchio stampo.

Ho lavorato anche in un ristorante italiano a Georgetown, un quartiere di DC. Facevo la ‘butta-dentro’ insieme ad un’amica, italiana anche lei. E ricordo la faccia di una cliente che sfogliando il giornale locale di Georgetown, ad un certo punto mi guarda e mi mostra una foto, ero io all’evento di gala del giorno procedente organizzato dall’Ambasciata con la Camera di Commercio Italiana per promuovere il Made in Italy e i grandi marchi italiani: la signora era incredula, non poteva essere che una ragazza che lavorava al ristorante, lavorasse anche alll’ambasciata – e io lo ero più di lei, di ritrovarmi su quel giornale.

Era la prima volta che ti trovavi negli USA?

«In verità no, questa non era la mia prima volta. A Washington DC già c’ero stata, quando all’università uno dei migliori Prof. – il Professor Gebbia, un’istituzione a Villa Mirafiori (la mia sede dei corsi di studio) – aveva organizzato una sorta di vacanza studio in US, includendo un corso di giornalismo alla GWU, George Washington University.»

Cosa ti aspettavi di trovare al tuo ritorno in Italia?

«Di rientro in Italia speravo di trovare il lavoro della mia vita. Avevo accumulato tante esperienze all’estero con l’inglese oramai al top – o anzi, forse più americano – e invece no. Anzi, quello che trovavo erano solo possibilità non retribuite e temporanee, o part time di marketing face to face da ‘volontaria’, attività di recall, centralini e cose simili.

Finche una bella possibilità, è arrivata, se pur temporanea. Con la mia tesi di specialistica infatti ero entrata in contatto, oltre che con un Prof. della Carnegie Mellon University – Entertainment Technology Center, e founding Editor dell’ETC Press – Drew Davidson, a cui avevo tradotto il libro di tesi, un e-book sull’interactive storytelling e i new media – anche con Nicoletta Iacobacci e Max Giovagnoli, due esperti in comunicazione e nuovi media, che stavano organizzando il primo TEDxTransmedia a Roma, e mi coinvolsero nel progetto. Ho collaborato alle attività di comunicazione e social. Mi ricordo che è stato allora che ho iniziato a gestire la prima pagina Facebook “Cross-media”. Rimasi esterrefatta da questo primo TEDx tanto che l’anno seguente partecipai all’organizzazione della seconda edizione

Hai ripreso a studiare in seguito?

«Sì, dopo di questa esperienza mi sono decisa a iscrivermi a un Master in marketing e comunicazione con specializzazione web e social media – sempre a Roma – per studiare quella parte di marketing che magari avevo avuto modo di usare lavorando, ma senza saperne i metodi e conoscerlo in maniera strutturata. Ho approfondito metodi di comunicazione, canali, powerpoint, budget, analisi di posizionamento dei brand, product placement e tutte le altre famose “p” del marketing, quelle che ormai sono diventate delle “e“ – come ho imparato durante un convegno di qualche tempo fa tenuto da Paolo Iabichino, Creative Director della Ogilvy, e infatti oramai si parla di: entertainment, education, emotion, empathy ed evangelism, solo per citarne alcune, tra tutte le nuovee”

Quando è iniziata la tua carriera lavorativa in Italia?

«Dal master mi sono ritrovata ad Arezzo, nella bella Toscana, in una realtà dimensionata, rispetto alle città precedenti. Nonostante tutto, i primi contatti sono stati con spagnoli, oltre che con gli aretini della Sintra Consulting, colleghi che sento tuttora di tanto in tanto per alcuni progetti della community dei ‘TechItalian. Ci ho vissuto quattro mesi, e sono bastati per vivere per ben due volte la famosa giostra del Saracino e portare avanti il progetto di lancio del website builder Oneminutesite.it nel mercato UK: ho aiutato il team a rivedere la UX e le traduzioni dei vari step di acquisto e di vita del prodotto; scrivevo contenuti per il blog in ottica SEO per indicizzarli, badavo alla documentazione utile a lanciare il brand, controllavo forum e community online per cercare di promuovere il sito in un minuto. Nel frattempo mi davo da fare per cercare un altro lavoro, non ero ancora soddisfatta.»

Quando è iniziata la tua esperienza con Aruba.it?

«Il 1 ottobre 2012, mi trasferisco a Firenze ed inizio la mia carriera arubiana. Dopo un primo anno come junior executive di comunicazione, entro a pieno nel mondo del web: siti, hosting, email, cloud, data center e inizio ad avere a che fare con: contenuti, prodotti, promozioni, media, adattamenti dei contenuti per le campagne di advertising, stampa cartacea, brief, grafiche, creatività, deadline, contest, spot tv e radio. Ma anche: post su Facebook, tweet, campagne Linkedin per i lanci di esclusive e aperture di data center.

Sono passata dal trascorrere intere giornate alla scrivania con l’obiettivo di finire tutte le email in grassetto per non accumularne per il giorno seguente, a quasi zero tempo per leggere le email perché quelle che arrivano sono di più di quelle escono e spesso seguo interviste e roadshow, eventi in giro, dalle tappe con gli analisti di IDC ai press tour durante i round di Superbike e i forum targati Aruba Cloud a Londra.»

Quale è il tuo ruolo ora all’interno di Aruba.it?

«Sono felicemente Responsabile delle PR e Ufficio Stampa Aruba S.p.A., coordino i nostri tre uffici stampa (Italia – UK – Polonia) e tra le tante attività, mi occupo delle relazioni con clienti, sponsor e partner, creo e revisiono contenuti, video, media plan e bado alla comunicazione sui canali social corporate, con un duplice maxi obiettivo: brand awareness – più per l’estero – e rafforzamento della brand awareness su livello enterprise, perché l’azienda in sei anni che la conosco e ne faccio parte, è cambiata e cresciuta tanto, e c’è la continua necessità di evolversi, integrare novità di prodotto, cambiare strategie di comunicazione, lasciare vecchi metodi per scoprirne nuovi, sbagliare, arrabbiarsi e tornare al proprio dovere con il pensiero di migliorare sempre.»

Quali sono i progetti che ti sono piaciuti di più?

«Tra i progetti che mi sono piaciuti di più, sicuramente c’è stato l’avvio del brand Aruba Racing, questo lato sportivo arrivato 4 anni fa, da legare all’Aruba.it tecnologica: è stato sfidante trovare quei punti comuni per comunicarlo: performance, velocità e innovazione sono state poi le keyword su cui ha ruotato la comunicazione, dal primo spot andato in TV e i paddock show, ai siti, alle flash promo, ai concorsi con in palio le moto ma mirati alla registrazione dei servizi domini, hosting e cloud con premiazione finale all’interno di eventi prettamente IT come ad esempio Smau, passando per campagne di digital PR, ma anche offline, e claim di tipo “metti in moto il tuo sito” capaci di unire questi due mondi.»

Prossima sfida?

«L’altra grande attività di sfida per ora è l’awareness del brand Aruba all’estero, attraverso il posizionamento di quella che è la faccia internazionale: Aruba Cloud; e si fa presenza alle fiere estere (principalmente UK) e video storytelling con partner e sponsor che utilizzano i servizi cloud per i loro core business. Aruba.it ha una certa leadership in Italia, ma all’estero è più difficile perché di concorrenza ce n’è. Bisogna lavorare per obiettivi e iniziare promuovendo quei punti che differenziano il business, come l’attenzione alla green energy ad esempio, e il disaster recovery garantito nei data center all’avanguardia– insomma un buon punto di partenza per fare brand awareness e posizionamento.»

La parte più difficile del tuo lavoro?

«”Intermediare” con tante persone, clienti e colleghi: le relazioni interne, le esterne, i team, sono ambienti delicati da curare nel tempo.»

La parte ancora più difficile?

«Abituarsi a tante cose che cambiano nel tempo, dalle attività che fai a tante nuove situazioni in cui tocca trovare nuovi equilibri, da quando cambi i colleghi più stretti che magari hanno lasciato l’azienda, a quando cambiano gli interlocutori dei progetti, ai nuovi arrivi che si impossessano dei tuoi progetti e li rasano al suolo o anche agli arrivi positivi che ti rasserenano. Tutto fa parte di queste dinamiche, l’importante è essere capaci di reinventarsi e riadattarsi, perché se un pò cambi, un pò cresci

Per concludere…

«Un ultimo inevitabile tip: viaggiare, sempre, quando stai bene, quando stai male. Sia un viaggio in Australia o un giro nel negozio sotto casa, esci, esplora, conosci gente, confrontati, parla.»

Grazie Feny!

Gloria Chiocci