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Virginia Stagni: “Abbiamo bisogno di nuovi modelli di give back per creare un team e una leadership che creda nel femminile e nella diversity of thinking”

Virginia Stagni, 27 anni, bolognese, vive e lavora a Londra. La sua è una di quelle storie che consiglierei a un insegnante di leggere ai suoi alunni. A 24 anni era l’unica ragazza all’interno del suo team ma anche la più giovane manager del Financial Time, una delle testate economiche più autorevoli al mondo. Oggi solo dopo tre anni è diventata Business Development Manager & FT Talent Director. Andiamo a conoscerla meglio insieme! 

Virginia stai scrivendo un libro dedicato ai giovani appassionati di comunicazione e imprenditoria, com’è nata l’idea e con quale obiettivo?

«Il libro toccherà il tema dell’innovazione nell’ecosistema dell’informazione, in particolare di come si può diventare imprenditori anche all’interno di grandi gruppi corporate. Il mio obiettivo è quello di trasmettere ai più giovani il messaggio che per innovare oggi esistono tante strade e quella dello startupper è solo una. Ci sarà una parte dove racconterò qual è il giusto approccio da tenere quando si è molto giovani all’interno di un grande gruppo e come ci si può contraddistinguere ma anche come proporre un progetto e portarlo avanti seguendo una strategia aziendale.

Il libro nasce proprio dalla necessità di raccontare il punto di vista di una ragazza giovane all’interno di una grande azienda e trasmettere un’idea fresca per il mondo dell’editoria. Mi piacerebbe che diventasse uno spunto per tanti giovani e tante ragazze che desiderano dare il loro contributo innovativo. Oggi i giovani sono essenziali per smuovere e dare nuova linfa al mondo del giornalismo, per questa ragione all’interno di grandi aziende sono sempre più frequenti percorsi di cross mentoring & learning che coinvolgono giovanissimi e senior in un percorso di contaminazione.»

Tra i progetti che segui per il Financial Time c’è quello di avvicinare i giovani al mondo della lettura e del giornalismo. Questi progetti quanto sono replicabili su scala italiana? 

«Grazie per la domanda, è molto interessante. La risposta che voglio darti è che come italiana all’estero mi sento in dovere di creare progetti che coinvolgono in prima linea l’Italia. Uno dei progetti che seguo per il Financial Times ha proprio l’obiettivo di avvicinare i giovani al mondo delle lettura e del giornalismo e lo stiamo facendo con dei partner italiani e internazionali.

Da “cervello in fuga” cerco di creare iniziativecome il FT Talent Challenge che dal 2018 sto portando avanti, l’ultima edizione si è tenuta a febbraio. In ogni edizione accogliamo studenti da tutto il mondo e li portiamo all’interno del Financial Times coinvolgendoli in masterclass internazionali. Fin dal primo momento ho cercato di avere un partner italiano che potesse portare i grandi talenti del nostro paese nel mondo. Il primo ad averci creduto e’ stata la mia universita’, Bocconi. Abbiamo gia’ costruito due edizioni di grande successo. Qui l’ultima edizione.

Sto seguendo anche un progetto che ha l’obiettivo di creare nuovi modelli di business per il giornalismo basati su technology, data e cultural innovation – un programma in collaborazione con Google e FT Strategies. Una delle edizioni è stata da me creata e gestita a Settembre e designed interamente in lingua italiana: ha coinvolto testate e gruppi editoriali come Il Sole 24Ore, GEDI Group Repubblica, RSC Corriere della Sera e tanti altri.» 

Sarai ospite di WomenX Impact l’evento italiano dedicato alla leadership al femminile, di cosa parlerai? 

«Parlerò di entrepreneurship e nuovi modelli di give back per creare un team e una leadership che creda nel femminile e nella diversity of thinking: incoraggiare a accogliere visioni differenti per essere una organizzazione globale. Quando ho iniziato ero l’unica ragazza all’interno del team – ora gestisco un team di dieci persone di cui il 90% sono ragazze provenienti da diversi paesi e culture. Ora che posso in minima parte cambiare le cose sto cercarlo di farlo a partire dal mio dipartimento self-made, anche nella scelta dei collaboratori e freelancers.»

Un consiglio che ti senti di lasciare a tutte quelle ragazze che desiderano seguire la tua strada e intraprendere un percorso innovativo all’interno di una corporate? 

«Siate sempre molto curiose, leggete e andate fuori dalla vostra comfort zone e cercate di fare cose diverse perché saranno queste le chiavi per creare una personalità e professionalità flessibile, eclettica e pronta ad entrare nel mondo del lavoro di domani, che richiederà sempre più un approccio imprenditoriale anche all’interno di grandi aziende. 

Il consiglio più specifico per una ragazza è che spesso noi donne veniamo criticate per la competizione al femminile: benché io possa dirti di aver avuto dei rapporti difficili principalmente con leader donne che avevano nei miei confronti un atteggiamento di sfida perché si sentivano minacciate, suggerisco una semplice cosa: scordatevelo e siate voi le vere leader dell’oggi e del domani. Il mio consiglio è, una volta raggiunta una posizione manageriale, di ricordarsi “the way we were”, per citare un grande film. Come eri a vent’anni quando per permetterti l’affitto facevi la babysitter oltre che studiare? Quando volevi imparare ed esporti a più progetti possibili? Quando cercavi un mentor oltre che un boss? Quale comportamento avresti voluto che i primi datori di lavoro tenessero nei tuoi confronti? 

Mi piace chiamarla “give back leadership”: quando si è ottenuto è importante ridare indietro una parte, ripensando a se’ stessi. Lo stesso vale nel nostro atteggiamento di leaders, managers, cittadini. 

Nel mio piccolissimo sto cercando di inserire all’interno del mio team persone che vengono da background sociali e culturali diversi – e offrire loro possibilità di esposizione, crescita e contaminazione delle più disparate già solo dai primi passi come stagisti e interns. Dal lavorare a un project plan a un database, a imparare coding oltre che public speaking, con il leitmotiv di diventare mentor gli uni dagli altri e immaginare il lavoro in azienda come un percorso di continua evoluzione e rivoluzione di se’ stessi.  Credo che quando si cercano nuovi talenti è importante non ricadere sempre sulle solite scelte ma dare spazio e possibilità a persone differenti e non meno talentuose.» 

Grazie Virginia! 

Virginia è anche CEO and Co-Founder di Good Saints, una wellness startup che si occupa di fairtrade per prodotti sostenibili naturali come il palo santo, un e-commerce internazionale dalle terre dell’Ecuador combinate con un design italiano. Le aziende ecuadoregne coinvolte sono gestite principalmente da donne imprenditrici.

Gloria Chiocci