Ilaria Foresti, 27 anni, ha scelto di lasciare Milano per costruire la sua nuova base a Palermo, portando con sé un approccio alla gestione delle community che ribalta le logiche tradizionali. Laureata in comunicazione digitale per l’impresa e formata sul campo grazie ai corsi Marketers, oggi è uno dei riferimenti più interessanti nel panorama italiano della community-building autentica, umana e relazionale. La sua visione mette al centro le persone e i loro bisogni, in un’epoca in cui l’attenzione viene spesso spostata su metriche superficiali e automazioni.
Da dove nasce la tua visione di “attrarre” persone invece di costruire community?
«L’essere umano è portato a cercare i suoi simili. L’idea di stare in un gruppo è qualcosa di ancestrale, presente fin dall’inizio della nostra storia. Le community online sono solo l’ultima evoluzione di questo bisogno profondo. Ogni giorno osserviamo comportamenti che lo confermano: sui social apriamo profili per parlare delle nostre passioni e trovare persone con gli stessi gusti, seguiamo pagine di argomenti che ci interessano, commentiamo thread su X per alimentare il confronto.
Le persone sono già alla ricerca di uno spazio dove connettersi ed esprimersi. Non dobbiamo costruire questo bisogno, dobbiamo soddisfarlo. Il nostro compito è attrarle nel nostro spazio per dare loro ciò che desiderano. Per avere successo bisogna ascoltare ciò di cui hanno bisogno e creare una community che possa soddisfare le loro necessità. Ho visto esplodere community in mercati considerati “strani” o di nicchia, semplicemente perché sono riuscite a parlare a chi aveva bisogno di ascoltare proprio quel messaggio, in quel momento.»
“La cura non si può scalare”. Quali strategie umane rendono davvero efficace una community?
«La parte umana è ciò che davvero fa la differenza in una community, proprio perché la spinta ad entrarvi nasce dal desiderio di connettersi con altre persone. Chi gestisce questi gruppi non può tradire questa promessa fondamentale. Gli strumenti sono tanti, ma quelli più efficaci richiedono un extra mile: chiamiamo i nostri utenti, mostriamoci, dedichiamo loro il tempo necessario.
Le call personali di onboarding sono essenziali per accogliere ogni membro. Gli incontri di gruppo ogni due o tre mesi con gli utenti più attivi permettono di raccogliere feedback preziosi. Anche nei messaggi, prediligiamo un contatto personale rispetto ad automazioni senz’anima. Creiamo connessioni attraverso speed date digitali o incontri di discussione sui temi più caldi della community. Mettiamo sempre l’utente al centro: ascoltiamolo, valorizziamolo, facciamolo sentire parte di qualcosa di autentico.»
Che consiglio daresti ai giovani che vogliono creare comunità autentiche e durature?
«Il consiglio più importante è chiedersi sempre: “Cosa mi piacerebbe ricevere? Cosa mi farebbe sentire ascoltato, compreso, accolto?” Se qualcosa ti sembra freddo, distante o troppo automatico quando lo ricevi, probabilmente lo sarà anche per i tuoi membri. Se un messaggio ti emoziona, se una call ti fa sentire parte di qualcosa di speciale, quella è la direzione giusta.
Non inseguire i numeri: una community di cento persone davvero coinvolte vale più di mille utenti silenziosi. Investi tempo nelle relazioni, non nelle vanity metrics. Sii presente, autentico, vulnerabile. Mostrati per quello che sei: le persone si connettono con persone, non con brand perfetti e irraggiungibili.
E ricorda: una community non si costruisce in un giorno. Ci vuole pazienza, dedizione, cura costante. Ma quando vedrai le prime connessioni autentiche nascere tra i membri, capirai che ogni minuto ne è valso la pena.»
Grazie Ilaria
Gloria Chiocci