Manuel Urzì, 26 anni, è COO e Head of Growth di Startup Geeks, società benefit attiva nello sviluppo imprenditoriale e nell’early-stage investing. Dopo una formazione in Economia e Finanza, ha scelto di lavorare a stretto contatto con startup e nuovi imprenditori, occupandosi di crescita, modelli di business e accesso al capitale nelle fasi iniziali. Oggi è impegnato nello sviluppo di iniziative che favoriscono la diffusione dello smart capital e contribuiscono a rafforzare l’ecosistema dell’innovazione in Italia, supportando chi vuole trasformare un’idea in un progetto imprenditoriale concreto.
Arrivi da un percorso nel private capital e oggi lavori a stretto contatto con imprenditori, investitori e team early-stage. Qual è stato il momento in cui hai capito che il tuo contributo più grande sarebbe stato far crescere progetti e persone?
«Il passaggio non è stato immediato, ma graduale. Nel private capital osservavo l’innovazione da una posizione privilegiata, ma esterna: analisi, numeri, operazioni. Quello che mancava era il contatto con il “prima”, con il momento in cui un’idea è ancora fragile e rischia di non diventare mai impresa.
La svolta è arrivata quando ho iniziato a lavorare direttamente con i team nella fase più delicata: tradurre un’intuizione in una struttura operativa. Non solo attraverso programmi, ma nel lavoro quotidiano su modello di business, pricing, primi clienti, composizione del team e dialogo con gli investitori. Ricordo una delle prime attività seguite da vicino: progetti con una base tecnica solida, ma senza un linguaggio economico e strategico per stare sul mercato. In pochi mesi, lavorando fianco a fianco, quelle idee hanno preso forma in aziende: roadmap chiare, primi contratti, assunzioni iniziali e, in alcuni casi, capitali raccolti.
Da lì ho capito che il mio contributo non stava solo nell’analisi, ma nella capacità di costruire contesto: mettere ordine, creare metodo, aiutare le persone giuste a prendere decisioni difficili al momento giusto. Oggi i numeri raccontano una parte della storia, oltre 100 startup supportate e milioni di euro raccolti, ma il punto centrale è un altro: ogni progetto che supera la fase zero genera impatto reale. Significa occupazione qualificata, competenze che restano sul territorio, imprese che entrano nell’economia reale invece di fermarsi allo stadio di idea. È su questo passaggio, spesso invisibile ma decisivo, che in Italia si gioca una parte importante della competitività futura.»
Hai contribuito a creare network di mentor e angel investor, favorendo l’accesso al capitale per decine di startup. Quali sono, secondo te, gli ingredienti chiave per costruire un ecosistema davvero meritocratico e accessibile ai nuovi founder in Italia?
«Il primo ingrediente è culturale. In Italia l’investimento informale è ancora poco strutturato: solo il 10% dei round early-stage coinvolge business angel organizzati, contro una media europea circa quattro volte superiore. Questo si riflette direttamente sull’accesso al capitale: meno di quattro startup su dieci riescono a passare dal pre-seed al seed, un dato nettamente inferiore rispetto a Francia e Germania. Il problema, quindi, non è la mancanza di idee o di team, ma la difficoltà di accompagnarli nei passaggi più delicati.
Negli ultimi anni, però, si sta affermando un modello diverso. Sta emergendo una generazione di investitori più attivi e preparati: oggi oltre il 65% dei business angel affianca il capitale con competenze e mentorship, e questo ha un impatto concreto sulle performance delle startup. Le evidenze mostrano che il supporto attivo degli angel è associato a una crescita significativamente maggiore in termini di fatturato e occupazione nelle fasi iniziali.
Nel nostro piccolo, cerchiamo di rendere questo modello operativo. Nel 2024 abbiamo strutturato club deal che hanno coinvolto investitori anche alla prima esperienza, accompagnandoli con strumenti di valutazione e momenti di confronto pratico. In questa stessa logica si inserisce il Business Angel Summit, pensato non come un evento di networking, ma come un’infrastruttura formativa per ridurre l’asimmetria informativa e migliorare la qualità del capitale early-stage. Il fatto che quasi l’80% dei partecipanti valuti l’esperienza molto positivamente e che la grande maggioranza voglia tornare alle edizioni successive indica una domanda crescente di investimento più consapevole e collaborativo.
Infine, c’è una dimensione territoriale. L’innovazione non nasce solo nei grandi hub: quando il capitale informale è preparato e organizzato, anche contesti meno serviti riescono a far emergere progetti solidi. È in questo passaggio, dall’idea all’impresa, dall’investimento all’impatto occupazionale, che si gioca oggi una parte decisiva della competitività del Paese.»
Sei un sostenitore della disciplina, dei modelli scalabili e della leadership trasformazionale. Quali tre consigli daresti ai giovani che oggi vogliono costruire un progetto solido partendo da un’idea?
«Il primo è smettere di innamorarsi troppo presto della soluzione. Una delle lezioni che ho imparato sul campo è che molte startup falliscono non perché l’idea sia sbagliata, ma perché non viene mai messa davvero alla prova. Validare significa esporsi: parlare con clienti reali, accettare feedback scomodi e cambiare direzione rapidamente. Non è intuitivo, ma è decisivo.
Il secondo riguarda le persone. La qualità dei soci e dei primi collaboratori pesa più di qualsiasi pitch deck. Ho visto progetti promettenti bloccarsi per mesi per mancanza di allineamento interno. Essere selettivi all’inizio è faticoso, ma evita costi enormi più avanti.
Il terzo è distinguere tra visione e ambizione. Avere una visione non significa solo “pensare in grande”, ma capire che tipo di valore si vuole generare e per chi. Le startup non esistono nel vuoto: incidono su lavoro, competenze, territori. Avere consapevolezza di questo aiuta a prendere decisioni migliori, anche quando le risorse sono limitate.»
Grazie Manuel
Gloria Chiocci