Elena Spisni, 30 anni, originaria di Trebbo di Reno, in provincia di Bologna. Il suo percorso unisce il mondo della comunicazione e quello della tradizione gastronomica italiana. Dopo la laurea all’Università di Bologna e la specializzazione in comunicazione dell’enogastronomia presso il Gambero Rosso di Roma, ha approfondito l’arte della pasta fresca, imparandola prima dalle sue nonne, una romagnola e una bolognese, e successivamente perfezionandola presso ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Oggi è la fondatrice del progetto Basta Che Sia Pasta, una community che coinvolge oltre 400 mila persone tra social, corsi, eventi e divulgazione.
Elena, il tuo percorso parte dalle cucine di famiglia fino ad arrivare a corsi internazionali e a una community di oltre 400 mila persone. Quando hai capito che la pasta fresca poteva diventare non solo una passione, ma anche il tuo lavoro e la tua identità?
«Più di due anni fa, quando ho tenuto il mio primo corso di pasta fresca. Ero da Eataly Torino e ricordo ancora lo stupore davanti all’interesse autentico che le persone avevano per quest’arte. Pochi giorni prima avevo raggiunto i 100 mila follower su Instagram e, tornando a casa, ho pensato: “Ok, non sono l’unica ad amare la pasta in maniera smisurata!”.
Avevo aperto il blog nel 2017 e per molti anni ho coltivato questa passione nei ritagli di tempo. Preparare la pasta nel weekend era il mio modo per rallentare, lasciare andare stress e stanchezza. Era, ed è ancora oggi, il mio rituale. Pensare di essere arrivata fino a qui, con un libro pubblicato e un programma televisivo dedicato alla pasta fatta a mano, è qualcosa che mi rende profondamente orgogliosa.»
Con @bastachesiapasta sei riuscita a trasformare una tradizione antica come quella della sfoglia emiliana in un progetto contemporaneo che unisce social, eventi e formazione. Qual è stata la sfida più grande nel portare un mestiere così artigianale nel mondo digitale?
«Dimostrare che oggi abbiamo bisogno di questi gesti più che mai. L’arte della pasta rappresenta esattamente l’opposto della velocità che caratterizza la nostra quotidianità. E forse è proprio per questo che continua ad attrarre così tante persone.
Fare la pasta significa rallentare, dedicarsi del tempo e riscoprire il valore delle cose semplici. Per questo continuo a sostenere che non sia soltanto una tradizione antica, ma una pratica estremamente attuale. La cosa che più mi emoziona, dopo oltre 120 corsi tenuti tra Italia e Stati Uniti, da Roma a Los Angeles, è vedere la serenità negli occhi di chi mette le mani in pasta. In quei momenti si crea qualcosa che va oltre la cucina.»
Molti giovani hanno passioni che sembrano “troppo di nicchia” per diventare una carriera. Cosa diresti a chi sogna di trasformare le proprie radici, tradizioni o hobby in un progetto autentico e innovativo?
«Direi di crederci, studiare con determinazione e lavorare con costanza.
Non lo affermo per motivare gli altri, ma perché ne sono profondamente convinta. Le persone non cercano copie di qualcosa che esiste già: cercano storie autentiche, competenze reali e punti di vista originali. Il passaggio dalla passione al lavoro è stato il momento più delicato del mio percorso e non è avvenuto dall’oggi al domani. Per molti anni ho tenuto il piede in due scarpe, continuando a costruire il progetto mentre svolgevo altre attività. Per questo il consiglio che mi sento di dare è di non avere fretta. Le cose belle richiedono tempo, pazienza e tanta determinazione. Se c’è autenticità, prima o poi le persone se ne accorgono.»
Gloria Chiocci